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La situazione nel Sulcis è calda dopo l’annuncio della chiusura dello stabilimento Alcoa di Portovesme.

Una situazione esplosiva che rischia seriamente di degenerare se il Governo non troverà una soluzione a questa nuova vertenza che appesantisce ancor di più una condizione già grave per un territorio che ormai da tempo vive una crisi profonda e senza ritorno. Soluzione auspicata anche attraverso una gestione temporanea degli impianti con una delle societa’ pubbliche. O perlomeno questo è… LEGGI TUTTO L’ARTICOLO 

 

 

 

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Indagano la magistratura e l’Arpas. Dopo l’allarme sono stati controllati altri 14 automezzi.  I sindacati: «Visto? Abbiamo fatto bene a far installare alla società il portale radiometrico»

http://locali.data.kataweb.it/kpmimages/kpm3/gloc/la-nuova-sardegna/2011/01/31/jpg_3318891.jpgPORTOVESME. Sulle settanta tonnellate di fumi d’acciaieria radioattivi provenienti dall’Alfa Acciai di San Polo e destinate allo stabilimento Portovesme Srl sono state aperte due inchieste: una dalla magistratura che ha ricevuto sabato mattina i rapporti delle ispezioni dei carabinieri del Noe di Cagliari; l’altra dall’A rpas per gli aspetti di natura ambientale e sanitaria.

I tre Tir contenenti il carico radioattivo, destinato ad alimentare i forni Waeltz della Portovesme Srl, sono stati intanto parcheggiati in una zona appartata dello stabilimento. Il portale radiometrico della fabbrica che produce piombo e zinco venerdì sera è impazzito improvvisamente quando la prima motrice ha superato la barra del portale di controllo installato sei anni fa per garantire alla Portovesme Srl materie prime non radioattive. Quando la prima motrice è entrata a velocità moderata nell’area di controllo, il videoterminale ha mostrato un grafico con traiettorie anomale ed è subito scattato l’allarme.

Per maggior cautela, i tecnici hanno imposto al conducente del mezzo un’ulteriore verifica. Sono così apparsi valori radioattivi superiori ai limiti imposti dalla legge. I tecnici hanno proceduto allora a una verifica manuale con un contatore geiger ed è arrivata un’ulteriore conferma: il grafico ha fornito picchi ben oltre valori accettabili. Anche i cassoni blindati degli altri due mezzi pesanti provenienti da San Polo sono stati verificati e il contatore geiger è impazzito nuovamente. È così scattata una serie di controlli a catena e tra Genova e Cagliari sono stati sottoposti a controlli radiometrici altri 14 camion con fumi di acciaieria destinati a Portovesme. I controlli sono risultati tutti negativi.

Giallo su come le 70 tonnellate di fumi d’acciaieria pressate nei container siamo riuscite a passare ai controlli dei porti di Genova e di Cagliari. «Questo è un accertamento che spetta alla magistratura – ha spiegato Giorgio Tore, direttore dell’Arpas del Sulcis Iglesiente -. Per quanto ci riguarda, questa mattina interverremo nuovamente, alla presenza di tecnici di Alfa Acciai, per un’ulteriore verifica dell’attendibilità degli accertamenti effettuati dal nostro ente, in presenza dei Noe di Cagliari e della Portovesme Srl».

I vertici di Alfa Acciai hanno confermato che i loro portali radiometrici non hanno riscontrato anomalie e la difformità dei valori, secondo gli industriali bresciani, potrebbero derivare da una diversa taratura delle apparecchiature. Per quanto riguarda la sostanza radioattiva rilevata, si parla di Cesio 137.

«In un primo momento – hanno detto Tore Cappai (Cgil), Enzo Lai (Cisl) e Tonino Melis (Uil) della Rsu – eravamo preoccupati, ma l’e fficienza delle apparecchiature installate all’ingresso della fabbrica ci ha rasserenato perché è stato dimostrato che i carichi sospetti vengono identificati e fermati. Questa mattina ci sarà un incontro con i vertici aziendali. Ci preme sottolineare che anche in questa occasione la trasparenza dei comportamenti tutela la fabbrica e la sua attività. Possiamo ritenerci soddisfatti per aver chiesto all’azienda, in tempi non sospetti, l’installazione del portale radiometrico, a garanzia di tutti, ancor prima che partisse la campagna di utilizzo dei fumi di acciaieria».

A Portoscuso intanto c’è fermento e gli abitanti chiedono che sia fatta chiarezza. «Ora – sollecita il consigliere provinciale Angelo Cremone – è indispensabile accertare se nelle discariche di Guroneddu e di Genn ’e Luas siano stati depositati scarti di lavorazione contaminati dalla radioattività. È vero che il portale radiometrico è stato sistemato sei anni fa, ma ora ci chiediamo se in passato dalla penisola sono stati spediti camion di fumi di acciaieria contaminati da sostanze radioattive. Occorre, costi quel che costi, fare carotaggi in profondità».

Sull’allarme radioattività è intervenuta anche il consigliere regionale dei Rossomori Claudia Zuncheddu. «Abbiamo appreso con grande preoccupazione – ha detto – che tre camion carichi di scorie radioattive partiti da Brescia, dopo aver viaggiato per mezza Italia sono stati bloccati prima che il materiale venisse avviato alla produzione. Che il polo industriale del Sulcis sia al centro di traffici illegali di rifiuti altamente tossici, non è una novità: la stessa contaminazione delle falde è stata accertata dai carabinieri del Noe. I tempi d’intervento sulla tutela della salute in Sardegna sono lenti e nessuno indaga a fondo sulle conseguenze per la vita dei cittadini».

( fonte LA NUOVA SARDEGNA )

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Fanghi rossi Portovesme

La recente emergenza ambientale avvenuta a Devecser, in Ungheria, dove la fuoriuscita di 800 mila metri cubi di scarti della lavorazione dell’alluminio dell’azienda pubblica ungherese “Mal” ha provocato un tremendo disastro ambientale, ha fatto riemergere un’urgenza del nostro territorio, quella dei fanghi rossi presenti nel bacino di Portovesme.

In Ungheria il disastro ha causato 8 morti e costretto all’evacuazione migliaia di abitanti della zona; un’area di 40 chilometri quadrati si è trasformata in una gigantesca pozzanghera rossa, riversatasi nelle acque del fiume Danubio. Questa tragedia avvenuta nel cuore dell’Europa ha così riportato d’attualità l’estrema pericolosità del bacino di Portovesme, una vera e propria bomba a orologeria situata in un punto cruciale della costa del Sulcis Iglesiente.

Forse in pochi lo sanno, ma dal 1975 al 2008 sono quasi 20 milioni i metri cubi di fanghi rossi prodotti nell’impianto di Portoscuso e stipati nel bacino di Sa Foxi, circondato da spesse mura alte 30 metri, ma con un’estensione decisamente grande, ben 124 ettari. Inoltre si trova a pochissima distanza dal mare, nemmeno 200 metri. Si tratta di scorie che derivano dalla lavorazione della bauxite finalizzata alla produzione di alluminio, stipate in un bacino di contenimento scavato più di 30 anni fa dall’Eurallumina per contenere questi fanghi (prima di allora venivano senza problemi scaricati direttamente in mare). Probabilmente non ci si rende davvero conto della pericolosità di avere un simile impianto nel territorio. Eppure si parla di un bacino che ha 25 volte le dimensioni degli scarti che hanno provocato la tragedia in Ungheria e che potrebbe causare un disastro ambientale di proporzioni incredibili. Non sarebbe quindi il caso di intervenire?

In questi giorni si sono viste nei mass media molte fotografie prese dall’alto del bacino dei fanghi rossi di Portovesme, alcune di queste immagini lo accostano proprio a quello ungherese. Vi si possono osservare le grandi vasche colme del liquido rosso, inquinante e pericoloso, vicinissime al mare. Ancora probabilmente non è chiara la gravità della situazione. Che succederebbe se questi fanghi rossi dovessero finire in mare? Sarebbe una catastrofe ambientale con conseguenze devastanti per tutto il territorio. Magari si pensa che non possa mai succedere, eppure poco più di un anno fa, nel marzo 2009, vi fu la rottura di una tubatura che collega la sala pompe della centrale elettrica Enel al vicino stabilimento dell’Eurallumina, questa causò una rilevante fuoriuscita di acque di falda, che si riversarono sulla strada che divide i due stabilimenti di Portovesme. Le analisi di quell’acqua hanno rilevato la presenza di sostanze altamente inquinanti oltre i limiti consentiti.

Così nel settembre 2009, quando l’Eurallumina vittima della crisi aveva già cessato la produzione, in seguito alle proteste di un gruppo ambientalista i carabinieri del Nucleo operativo ecologico hanno eseguito il decreto di sequestro del nuovo e del vecchio bacino di stoccaggio dei fanghi rossi (rispettivamente 124 e 50 ettari) e della vicina area in cui è installata la sala pompe della centrale Enel. Il reato contestato è proprio disastro ambientale doloso con inquinamento delle acque di falda, causato proprio dalla presenza del bacino inquinante dell’area di Portovesme.

L’inquinamento a Portovesme c’è. Inutile nasconderlo. Le falde acquifere sono cariche di veleni provenienti dalle fabbriche e si riversano in mare, facendo morire flora e fauna della zona. Della questione se ne sta occupando – forse troppo lentamente – il ministero dell’Ambiente, che ha finanziato nuove indagini geotecniche sul bacino dei fanghi rossi di Portovesme. Si aspettano i risultati di queste ulteriori analisi per vedere fino a che punto il territorio sia compromesso. Qualunque siano i risultati di queste analisi rimane il fatto che il pericolo c’è e che bisognerebbe intervenire e fare qualcosa per limitare i danni. Anche se i fanghi rossi sono rifiuti tossici molto pericolosi e le forme di trattamento per il loro smaltimento sono ancora a livello sperimentale, non ci sono soluzioni definitive. Un problema ulteriore che rende tutta la situazione ancora più delicata e preoccupante. Problema che va ad aggiungersi alla già difficilissima situazione dell’Eurallumina, che ormai da più di un anno ha cessato la produzione e mandato a casa i suoi operai. Questi lavoratori sperano che lo stabilimento possa riaprire, ma i padroni russi dell’impianto mandano segnali che vanno da tutt’altra parte, decisamente negativi per il futuro di questa fabbrica.

Da una parte quindi le richieste di questi lavoratori rimasti senza lavoro. Dall’altra una situazione che dal punto di vista della sicurezza è decisamente imbarazzante. E del resto senza l’autorizzazione ad utilizzare ancora i bacini di stoccaggio dei fanghi rossi la produzione all’Eurallumina di sicuro non potrà riprendere. Come se non bastasse c’è la “minaccia” della costruzione di un terzo bacino per contenere questi fanghi inquinanti, altrimenti i proprietari della Rusal minacciano di andare via definitivamente. Una specie di ricatto a cui la Provincia sta seriamente pensando di cedere. Anche perché c’è anche la corrente di coloro che affermano che non c’è paragone fra i fanghi ungheresi e quelli sardi: quelli di Portovesme sarebbero molto meno inquinanti e proprio l’acqua di mare (che in Ungheria non hanno) sarebbe un’efficace antidoto contro gli effetti nocivi di queste scorie.

Quale sarà la verità? Ancora non ci sono riscontri certi e la situazione appare molto confusa e complicata: da una parte ci sono gli interessi dei lavoratori che sperano che l’Eurallumina possa riprendere la produzione, dall’altra però c’è l’inevitabile pericolo ambientale per tutta la zona. Si spera che il disastro ungherese possa avere almeno aumentato la coscienza della presenza di un rischio concreto anche per il Sulcis Iglesiente.

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Bonifiche: Prestigiacomo,ok a 200 progetti

Il ministro dell’Ambiente traccia il bilancio 2009-2010

In Italia sono 57 i siti di interesse nazionale, aree altamente inquinate sottoposte a bonifica da parte del ministero dell’Ambiente. In tutto circa 700 mila ettari pari al 3% del territorio nazionale che coinvolgono 3.000 soggetti privati. Tra il 2009 e il 2010 sono state 140 le conferenze di servizio e approvati 200 progetti definitivi di bonifica di cui 60 nell’ultimo anno. Questo il bilancio del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, nel corso dell’audizione odierna in Commissione Ambiente della Camera in cui ha fatto un excursus su diversi temi ambientali, dalle bonifiche, appunto, ai rifiuti, all’acqua alla biodiversita’. In particolare per le bonifiche, Prestigiacomo ha sottolineato che l’Italia ”non e’ all’anno zero senza sottovalutare quello che ancora resta da fare”. All’attivo la caratterizzazione dell’80% delle aree a terra dei Sin, interventi di messa in sicurezza d’emergenza per circa il 60% delle aree a terra dei Sin e l’approvazione di progetti di bonifica dei suoli e delle acque di falda per il 40%.

Bonifiche avanzate riguardano, oltre Porto Marghera (Veneto), ha sottolineato Prestigiacomo, Cengio per l’ex-Acna (Liguria), Manfredonia (Puglia), Pioltello-Rodano (Lombardia). Undici, inoltre, gli accordi di programma per 71 milioni di euro. Nello stanziamento complessivo rientra anche il bacino del Sulcis di cui si e’ parlato di recente per il fanghi rossi. ”Bacino oggetto della massima attenzione da parte del ministero”, ha detto Prestigiacomo. Altri 86 milioni sono stati stanziati per le bonifiche di Pioltello Rodano (25 milioni di euro), Manfredonia (10 milioni), Taranto (4 milioni), Litorale Domizio Flegreo ed Agro Aversano (Giuliano e laghetti di Castel Volturno – 47 milioni di Euro). E’ in corso di predisposizione infine un Accordo di Programma per il risanamento ambientale delle aree del Sin di Crotone per il quale il ministero dell’ambiente ha previsto lo stanziamento di circa 10 milioni di euro. Nel capitolo transazioni sono state 15 per 110 milioni di euro.

(fonte ANSA)


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